mercoledì 11 settembre 2024

Un verme rimane verme anche nel praticello accanto

L’illusione mentale peggiore in cui può capitare di cadere quando si finisce nella rete manipolativa di un narcimalato, o come lo vogliamo chiamare, è quella di pensare erroneamente che Lui sarà diverso con la prossima malcapitata.

Non è così! 

Non è assolutamente così. 

Sarebbe così se Lui non fosse il vermicello privo di empatia e assolutamente anestetizzato a qualsiasi forma di sentimento e reazione emotiva che ha abbondantemente passeggiato e distrutto il pascolo della tua esistenza cibandosi dell’erbetta, dei frutti e di quanto di buono ha potuto trovare per poi spostarsi altrove - perché, si sa, il verme è tendenzialmente alla ricerca di habitat nuovi da contaminare.

Ma sempre verme resta, però.

Non è che spostandosi di prato, si trasforma in un fantastico esemplare di principe d’altri tempi capace di gesti eroici, onestà e trasporto verso il prossimo.

Nè manco è un bruco destinato a diventare farfalla o una forma aliena che alla fine esploderà in un'essenza più vicina a un miciobau capace comunque di esprimere affetto e devozione.

No! 

Quando abbiamo la sfortuna o il cattivo destino o le caratteristiche che attraggono il narciverme nella nostra vita, quello rimane: un deserto di niente, egoico fino al paradossale, fintamente o vistosamente invidioso, avaro di tutto e soprattutto di sentimenti, oppure fintamente generoso solo per una sua esigenza di agganciare e attirare l’attenzione.

Non è che adesca un’altra e - PUFF! - cambia in altro: è sempre una maledizione di vita, sempre un tormento che sfocerà dopo le solite programmate battute.

Insomma, un verme rimane verme anche nel praticello accanto: NON DIMENTICHIAMELO MAI.

E' solo una questione di tempo.





lunedì 2 settembre 2024

I libri e gli autori da leggere: "Di Troppo Amore" di Ameya Canovi

Nel percorso che ho intrapreso per la conoscenza di me stessa e la comprensione di come e perché sono finita in una relazione disfunzionale, un grande aiuto me lo ha dato la lettura; di contenuti sul web, certo, ma anche e soprattutto di libri. 

Cercherò di consigliare quelli che mi sono stati più utili e gli autori che ho trovato veramente benefici.

Tra questi, c'è senz'ombra di dubbio la dott.ssa Ameya Canovi e il suo meraviglioso libro "Di Troppo Amore". 

Il sito, con tutte le indicazioni utili sulle sue pubblicazioni e i canali dove seguirla, lo travate qui.

Scrive Ameya:

" Vivi una relazione (molto) dolorosa?

Ci sono amori infelici. E poi ci sono le storie dannate.

Senti un costante affanno, come se dovessi inseguire e “guadagnarti” la presenza dell’altro?

Hai sempre “fame” di questa relazione? Investi affetto, tempo, disponibilità, in maniera sproporzionata rispetto all’altro? L’altro è il fulcro attorno a cui ruotano in maniera ossessiva tutti i tuoi pensieri? Provi angoscia e terrore solo all’idea che l’altro possa abbandonarti?

Avverti qualcosa di “troppo” nella relazione, tuttavia non riesci a staccarti.

Potrebbe trattarsi di dipendenza affettiva."

Di tutto questo e di molto altro Ameya Canovi parla in "Di Troppo amore"

«Io non vivo senza te» è una frase intesa spesso come il segno di un legame intenso, un modo di dire usato per rappresentare una storia romantica.

In troppi casi è invece l’espressione di una vera e propria dipendenza, di una relazione malata che rende infelici molte persone, più di frequente donne. La dipendenza affettiva è un disturbo ancora poco conosciuto, dal quale è difficile liberarsi perché ha radici profonde nel cuore della famiglia d’origine, dove sperimentiamo le prime forme di attaccamento e impariamo, quando va tutto bene, l’amore per noi stessi.

Ma se invece siamo stati bambini poco accuditi, trascurati, o addirittura abusati, o al contrario figli troppo protetti, oggetto di attenzioni eccessive, allora possiamo sviluppare rapporti nei quali il partner viene vissuto come un’ancora di salvezza, qualcuno che può riparare le vecchie lacerazioni.

In questo libro Ameya Gabriella Canovi riversa la sua lunga esperienza di sostegno a dipendenti affettivi raccontando le loro storie e spiegando il disagio di cui sono prigionieri, con le sue diverse manifestazioni: mendicare l’affetto o pretenderlo, manipolare o sedurre l’amato, riprodurre situazioni sentimentali tossiche, subire la frustrazione di un desiderio di fusione mai soddisfatto.

Con un approccio tanto rigoroso quanto ricco di empatia, delinea inoltre un percorso di conoscenza di sé capace di disinnescare il «troppo amore», il bisogno eccessivo dell’altro, e l’invadenza dei rimpianti e delle recriminazioni per ciò che non si è avuto.

Esplorare il proprio passato fino alle radici è il primo passo per riuscire a risanare l’amore improprio o ricevuto male che c’è alla base di questa sofferenza e a costruire nuove relazioni con responsabilità e libertà.

(estratto dalla quarta di copertina)






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