Ogni tanto ci casco.
Nella nostalgia, nei ricordi, nella tristezza della mancanza. Insieme ai miei genitori e a mio fratello che non ci sono più, mi faccio mancare pure lui (come si fa!): il contenitore vuoto per eccellenza.
Mi faccio penetrare da uno di quei suoi tentativi stupidi di
raccattarmi, come uno che prima butta una cartaccia che non gli serve più e
dopo cerca di recuperarla non sa neppure lui perché; forse perché in un angolo
della sua mente c’è un vago baluginio che quella carta potrebbe tornargli
utile.
Allora, anche se non vorrei, credo a uno di quei messaggini
stupidi, a una di quelle frasi inutili come: “sei sempre importante per me”.
E funziona così: che se io rispondo, lui sparisce: se io lo
ignoro, lui mi tartassa.
Dunque, è evidente: non sono io che gli interesso, gli
interessa solo che circumnavighi ancora nel suo spazio, che abbia ancora
controllo su di me.
Ha ragione la teoria del NO CONTACT: da questi soggetti
toccherebbe sparire senza remore, non averci più niente a che fare, solo così
dopo tanto forse si riuscirebbe a guarire e a perdonarsi.
Dovrei trovare un altro lavoro, rimettermi in gioco, per non
essere più costretta a vederlo nei corridoi di un’azienda diventata troppo
stretta, per poterlo eliminare da tutti i canali di comunicazione.
Non è semplice a 39 anni e con una bambina.
Nessun commento:
Posta un commento